Una storia vera

Prima parte - Il seguito

 

Una storia vera
Il seguito

 

Parte prima

 

L’epilogo, a dire il vero, l’avevo già scritto. Ma non mi sembrava giusto lasciare tutto così: in sospeso. Inoltre mi ero fermato al 2008, ma cos’era successo dopo? Dove erano quei due signori che avevano lottato fino allo stremo? Lei aveva fatto altri cicli? era guarita? Quell’epilogo, seppur vero, aveva il sapore di una favola, ma questa non è una favola: è una storia vera. Eccovi il seguito.

 

2008-2009

 

Ci avevano prenotato una camera in un albergo che si trovava a due passi dalla chiesa dove mio figlio si sarebbe sposato: la “Chiesa Madre”, la chiamavano. All’aeroporto, quando avevamo fatto presente che lei portava il “port-a-cath”, una hostess molto cortese aveva evitato che lei si sottoponesse ai raggi x, per lei dannosissimi, e l’aveva fatta passare per un corridoio riservato. Ci eravamo ritrovati subito dopo che anch’io mi ero sottoposto al controllo. Mano nella mano, avevamo salito la scaletta dell’aereo e avevamo raggiunto i nostri posti. Un’ora e mezza di volo, una breve attesa per ritirare la macchina che avevamo noleggiato, e via di corsa in albergo. La mattina della cerimonia una parrucchiera ci aveva raggiunto per sistemare la sua acconciatura: i capelli erano radi ma c’erano, dovevano solo essere “messi a posto”. Lasciai la camera per permettere che si preparasse in tutta tranquillità.

 

Il port-a-cath è un apparecchio piccolissimo che viene posizionato in sala operatoria. L’anestesia è locale. Solitamente viene utilizzato per due motivi: quando i pazienti non riescono più a ricevere le infusioni attraverso le vene – perché sono distrutte e non riescono più a trattenere l’ago – oppure quando è necessario alimentarli attraverso l’alimentazione parenterale. In questi casi non è possibile utilizzare le vene “normali”, si deve provvedere attraverso una vena molto più grossa. A lei l’avevano posizionato nella vena succlavia dx, dopo aver verificato che le vena fosse pervia e attraverso la guida angiografica. Dal petto spuntano quindi di norma tre piccoli tubicini, che vengono poi utilizzati per collegare le flebo necessarie.

 

Era stata una festa e una cerimonia bellissima. Lei era riuscita a nascondere, sotto un lembo del vestito che avevamo comprato per l’occasione, il port-a-cath che le penzolava sul petto protetto da garze e aveva festeggiato assieme a tutti i parenti, non rinunciando a nulla di quello che era stato proposto come menù: si era solo limitata come quantità.

Avevamo ancora negli occhi quella splendida chiesa, i fiori, il riso….ed il sorriso radioso di nostro figlio e nostra nuora. Si dice sempre che quello è il giorno più importante della vita di ciascuno di noi: probabilmente è proprio così. Ma non soltanto perché ci si promette reciprocamente, non soltanto perché si leggono, con voce quasi spezzata dall’emozione, quelle frasi già preparate in cui ci si promette di “amarsi nella buona e nella cattiva sorte”: no, c’è molto di più. Penso però che quando ci si sposa non si sia in grado di percepire bene quello che si sta facendo: siamo emozionati, travolti dagli eventi…Lo si capisce dopo, deve passare del tempo. Io ricordo come ci guardavamo noi, durante e dopo la cerimonia del matrimonio di nostro figlio. “Ci sono, sono qui”, mi disse sottovoce, “sono riuscita a vedere mio figlio sposato”….frasi accompagnate da sguardi che forse potevo comprendere solo io e nessun altro. Non dopo quello che già avevamo dovuto affrontare noi insieme. Ecco, è questa la parola magica: “insieme”.

 

Da quel giorno erano passati sei mesi: la terapia si era conclusa, c’era stato un altro Natale, trascorso in famiglia come sempre, e i controlli erano ripresi. A gennaio 2009 si era sottoposta ad un’ennesima ecografia completa dell’addome: non c’erano alterazioni. Il controllo successivo

 

sarebbe stato ad aprile: una TAC.

 

A carico di polmoni, pancreas e reni non c’erano segni di malattia, tuttavia, quando leggemmo l’ultima parte del referto di quella TAC, ricordo bene come ci guardammo: “Focali ispessimenti sospetti di ripresa della malattia…..”, ancora al peritoneo. Era l’8 aprile 2009.

Il marker tumorale, che solo a gennaio si era fermato a 7, ad aprile era salito a 60.

Non c’era altro da fare che sottoporsi ad una nuova PET, che un mese dopo confermava la presenza di un nodulo, che si era formato là dove era stato applicato il By-Pass nel 2006.

Ci recammo alla visita oncologica senza parlare: sapevamo già quello che sarebbe avvenuto. Il 13 maggio le dottoresse che la visitarono ed esaminarono la documentazione non poterono fare altro che prescrivere un altro ciclo di chemioterapia: questa volta sarebbe stato settimanale, con

somministrazione di taxolo. Iniziò il 22 maggio. Il 5 agosto ci comunicarono che il marker era sceso a 4, il 12 agosto ci fu l’ultima somministrazione.

I capelli…ancora una volta non c’erano più.

 

 

*…*…*

 

Decidemmo di trascorrere agosto a casa: ormai non era più possibile prenotare nulla e inoltre sarebbe stato molto meglio che si riposasse ed evitasse la fatica di un viaggio subito dopo la terapia.

Quando fu in grado di uscire, cominciammo a fare qualche passeggiata nei centri commerciali: l’aria condizionata era sopportabile e ci ritemprava un po’ e lei poteva finalmente guardare qualche vetrina. In realtà il capo d’abbigliamento – diciamo così – che le interessava davvero era uno solo: una bandana. Ne comprò quattro. Ho già avuto modo di dire che la perdita dei capelli non è una bella sensazione per chiunque: per una donna è un dramma. Quell’indumento per lei rappresentava un surrogato di normalità: al mare avrebbe potuto coprirsi senza che venisse guardata come un ufo, anche se decise – alla partenza – di portare con sé anche una parrucca che avevamo appena comprato.

Destinazione Sardegna: si era innamorata di quell’isola nel 2002, quando subito dopo il trapianto delle cellule staminali era stata ospite della sorella in una villetta presa in affitto. Ne parlava in continuazione: Genova vista dal mare…le calette degli innamorati…il mare di una purezza tale da sembrare finto. Anch’io ero ben contento di tornare in quell’isola: nel 2007 – unico anno in cui non dovette sottoporsi ad alcuna terapia – eravamo stati in un villaggio turistico splendido ed io avrei voluto tornarci. A dire il vero per me era anche una specie di scaramanzia: chissà che, tornando proprio là, avrebbe avuto la fortuna di non dover più fare le chemio….

Non trovammo posto e scegliemmo un altro villaggio, proposto dal medesimo operatore turistico: anche questo era davvero bello, anche se quell’anno l’umidità e la temperatura la sera erano talmente alte che ci trovavamo spesso ranocchiette attaccate alla porta della camera…con grande suo spavento.

Di quella vacanza ho un ricordo per me indelebile. Pur essendo settembre, una sera al ristorante del villaggio il caldo era davvero troppo opprimente. Lei aveva indossato la sua parrucca: col vestito da sera le sembrava la cosa più opportuna. Non so quanti conoscano la sensazione che si prova indossando una parrucca quando fa’ così caldo: in pratica è come indossare una pelliccia in pieno solleone. Gocciolava: letteralmente. Non potevo vederla così e le dissi di andare a mettersi la bandana: lei dapprima tentennò – disse che non sarebbe stata bene, non poteva metterla vestita così – poi, quando vide la mia insistenza più che ferma, cedette. L’aspettai: tornò con un paio di pantaloni, una camicetta e la bandana. Stava benissimo: aveva anche scelto quella che meglio si accostava ai colori del resto dell’abbigliamento. Nei mesi seguenti, chiacchierando con amici e parenti, a costo di sembrare ripetitiva, non ha mai mancato di raccontare quell’episodio: diceva che quella era stata l’ennesima dimostrazione del mio amore.