Una storia vera

 

Quinta  parte

 

 

 
 

Quando nel 2006 avvenne tutto quello che ho raccontato di quel periodo, chiesi di poter essere messo in pensione anticipatamente: ci misero cinque mesi per pensarci. Alla fine mi fu concesso: dal gennaio 2007 stetti a casa, undici mesi prima che maturassi il diritto alla pensione, per poterle stare accanto giorno e notte.

Le visite e i controlli si succedevano regolarmente e dalla fine di gennaio 2007 il marker risultava sempre 3 o 4. Alla fine di ogni visita eravamo contenti: avevamo riacquistato una certa serenità. In più, avevamo avuto la splendida notizia della decisione che avevano preso i ragazzi: a giugno del 2008 si sarebbero sposati.

 

2008

Avevamo fissato gli esami e la visita di controllo per il 14 gennaio. Andò tutto bene: il marker si era un po’ mosso, era a 16, ma ancora ben al di sotto della soglia massima. Tutti i discorsi erano proiettati verso il giorno del matrimonio. Non mancava mai l’occasione di parlarne, prevedere questo o quello: vestiti, confetti, inviti….insomma, tutto quello che di solito si prepara per quel giorno.

Dopo due mesi, il 17 marzo, altri esami del sangue: li avremmo portati in visione alle dottoresse il 6 aprile, giorno in cui avevamo fissato l’appuntamento per la visita.

Quando aprì quella busta mi guardò attonita. Scosse la testa come per negare ciò che stava leggendo, poi gli occhi divennero lucidi: il marker era a 216.

Eravamo lì, in ospedale, sulla solita panchina poco fuori l’ufficio “consegna-referti”: le presi la mano e corremmo, letteralmente, verso il padiglione C. Al quinto piano c’è la divisione di ginecologia.

Col cuore che batteva all’impazzata chiedemmo se fossero presenti le due dottoresse Mangili e Rabaiotti, ci dissero di bussare e ci trovammo di fronte quest’ultima. Era sorpresissima di vederci lì: l’appuntamento era per il 6 aprile, che ci facevamo lì il 17 marzo? “guardi dottoressa” dissi, porgendole il referto. Lo lesse, ci guardò e ci fece accomodare. “Così su due piedi non posso dirvi nulla” disse “senza altri accertamenti non posso dire quello che è successo, ma è certo che qualcosa si è mosso…state tranquilli, ci vediamo il 6 aprile e vediamo…”

Tornammo a casa in silenzio, mentre nella mia mente continuava a ronzare un pensiero fisso, una domanda “sta bene, non ha nulla…che cosa può essere successo in solo due mesi? E se fosse un errore?”

C’era solo una cosa da fare: tentare di anticipare la visita del 6 aprile. Il giorno dopo telefonai e ottenni che la visita venisse anticipata a subito dopo Pasqua: il 26 marzo. Ma non ci fu il tempo.

 

Il 22 marzo lei si sentì stranamente stanca: pranzò di controvoglia – solo una pasta in bianco – poi sentì la necessità di andare a letto. “Credo che la cosa migliore sia andare in ospedale” le dissi. Non è facile autoconvincersi che la cosa migliore sia andare al pronto soccorso: non è come proporre di andare a fare una gita….Ma il malessere stava aumentando e alle 14,15 eravamo in ospedale. Sapete certamente quanto può essere lunga l’attesa nel Pronto Soccorso di un ospedale, e il San Raffaele non fa’ eccezione, per di più era sabato ed era la vigilia di Pasqua: lei era pallida, stanca, ogni tanto la facevo bere. Tuttavia eravamo fiduciosi, perché sapevamo di essere nella struttura che l’aveva già salvata due volte. All’infermiera dissi quello che aveva, raccontai brevemente i precedenti e dissi che era in cura presso di loro, in ginecologia. Quando finalmente arrivò il suo turno di essere visitata erano le 18,20.

La dottoressa Garavaglia – questo il suo nome – che fa’ parte dell’equipe di medici oncologi di ginecologia ci accompagnò in una saletta riservata “siamo riusciti a recuperare la sua storia” le disse, mostrando la cartella che aveva in mano. Lì c’era tutta la sua anamnesi: la sua storia fin dal 2001.

 

Spiegai ancora quello che aveva e le dissi che i sintomi erano praticamente identici a quelli che si erano manifestati nel 2006. Lei chiamò il chirurgo oncologo e ci ritrovammo davanti il Dr. Di Palo. Ancora una volta mi sentii dire di attendere fuori…Quando uscì, aveva il sondino: pronta per essere ricoverata.

Venne portata al quinto piano: ginecologia.

Io feci una corsa a casa per prendere l’occorrente: tornai appena in tempo per assistere al ricovero e…..al suo primo vomito.

 

Era una sub-occlusione intestinale, occorreva sottoporla a una TAC. Intanto avevano recuperato il responso della PET eseguita il 15 marzo: la diagnosi era riferita al tumore che aveva all’intestino (quello del 2006) e concludeva con “è da presumere la verosimile ripresa della malattia”.

 

Epilogo

Ha già fatto due cicli, con tutte le conseguenze già descritte. Questa volta si tratta di Cisplatino. Domenica 18 entrerà per il terzo ciclo. Deve seguire una dieta quasi liquida e povera di scorie: significa che non può mangiare né frutta né verdura: deve bere moltissimo, per frutta solo succhi di frutta e per verdura consentite solo patate e carote. Solo lentissimamente potrà essere reintrodotta la carne, ma deve essere tenera, magra e somministrata a piccolissime dosi.

Tutto l’ospedale sa che mio figlio si sposa, l’ha detto a tutti…ci permettono di ritardare di una settimana l’inizio del quarto ciclo, per consentirci di essere presenti al matrimonio.

 

*…*…*
 

Per lei ho preparato una pastina in brodo, ho cotto a vapore una piccola fettina di vitello e l’ho frullata, aggiungendola alla pastina.

Ora siamo sul divano, davanti alla televisione, ma nessuno dei due la sta guardando. “Posso stare così?” mi chiede, prendendo un cuscino e appoggiandolo al mio braccio destro. Vuole sdraiarsi sul divano, appoggiando la testa sul cuscino, mentre con un braccio mi cinge la vita. “Certo che puoi…” rispondo. Lei allunga le gambe, si stende e si appoggia.

Socchiudo gli occhi, e nella mente come in un film scorrono le immagini impresse in alcune fotografie che teniamo sulla testiera del letto: lei in un giorno di marzo, che cammina scalza su una spiaggia, tenendo in mano le scarpe; lei accanto a due cammelli accoccolati, a Sharm; tutt’e due nel deserto, sullo sfondo le montagne del Sinai; lei ad Atene…lei a Parigi; lei che soffia sulla prima candelina di nostro figlio, che la guarda con l’espressione di chi chiede “ma che sta facendo questa?”…..

Lentamente scivolo verso di lei, finchè non sento più la televisione: mi addormento, con la testa posata dolcemente sui suoi capelli.

F I N E
 

Love