Una storia vera

 

Prologo

 

 

Avevo intenzione di chiedere a Barbara se avrebbe potuto intercedere presso i Mecenati (si chiamano ancora così?) per far pubblicare questo racconto. Poi però ci ho riflettuto un poco e mi son detto che quand’anche Barbara avrebbe potuto non c’è la sezione adatta: nel senso che quanto sto per scrivere non andrebbe nello scrigno dei sogni, ma….degli incubi. Mi sono deciso a scrivere questa storia perché sento di dovervi qualcosa: non una semplice spiegazione del perché non partecipo quasi più, ma un grazie per l’amicizia che mi avete dimostrato. Ci sono tante ragioni che spingono a scrivere: ci vuole coraggio a raccontarsi, ma è anche un modo per tentare di trovare uno sfogo a tutto quello che opprime l’animo, ed è anche un modo per lasciare qualcosa. Ogni tanto mi vedrete collegato, ma sarà quasi solo per leggere, senza partecipare. Perché oggi io non so se e quando potrò tornare e forse è giusto lasciare qualcosa che parli non più da “personaggio” – menestrello nel mio caso, ma potrebbe essere qualsiasi altro - ma da persona che vive con Voi questo splendido gioco che è DLot. Può darsi che questo rovini tutto, nel senso che forse poi – dovessi tornare, come spero – sarà difficile tornare a vedere il “personaggio” e non la “persona”: ma corro questo rischio, perché la “persona” è sempre e comunque la più importante.  

 

Quando si comincia una storia non si sa mai da dove cominciare. Bè…facile: dall’inizio! Immaginate che questo sia il prologo.

Correva l’anno 2005, se ricordo bene. Qualche anno prima, io mi divertivo a chiacchierare in msn con alcuni amici: erano sei, quattro donne e due uomini. Uno di Pordenone, una di Bolzano, una di Grosseto, una di Reggio Calabria, una di Palermo, uno di Roma. Come sapete, io sono di Milano. Si parlava del più e del meno, i soliti problemi quotidiani: i figli, i mariti, le mogli, l’ufficio….insomma le solite cose. Finivamo le serate quasi sempre collegandoci tutti insieme in un’unica “stanza” (ci “trasferivamo” su Yahoo) e lì – tramite le dritte che ci dava l’amico di Pordenone, per me un mago del pc – riuscivamo a udire le nostre voci ed io mi divertivo (e pare che si divertissero un po’ tutti ad ascoltarmi) a suonare e a cantare qualcosa.

Un giorno del 2005, appunto, dopo non averle più viste per un lungo periodo, le due amiche di Grosseto e Reggio Calabria – che avevano ancora il mio contatto - scoprirono (non ho mai saputo come) ELot e mi proposero di collegarmi anch’io, perché forse lì avrei potuto dare più visibilità – diciamo così – alle mie doti “musicali”. Erano i primi approcci, e probabilmente nemmeno loro avevano capito bene di cosa si trattasse veramente: nel senso che ELot non era msn o yahoo, non potevo cantare a viva voce, né tanto meno suonare. Comunque accettai, perché mi accorsi che tra le varie corporazioni esistenti c’era anche quella dei musicanti: e quale poteva essere per me la migliore possibile, se non – appunto – quella dei musicanti??? Quel primo approccio finì male – ma qui non vale la pena raccontare come e perché – tuttavia io scoprii che anche altrove avrei potuto provare a portare la mia musica: nei Dipendenti di Palazzo. Lì avrei potuto propormi come menestrello ed è lì che conobbi Diapron.

Ricordo ancora benissimo il primo contatto: Diapron era precettrice, io feci domanda nei Dipendenti e me la trovai davanti (si fa’ per dire, ovviamente). Era stata così cocente la delusione avuta nei musicanti che mi guardai bene dal fiatare quando lei, descrivendo se stessa, pose elegantemente il suo “dovecisisiede” sulla poltroncina dietro il suo scrittoio, pronta ad esaminarmi. La menziono perché Diapron è sempre stata per me il mio mentore nel gioco, ma non solo: c’è stato un contatto diverso, personale, che non sta a me raccontare, se vuole lo farà lei: compresi che con lei potevo aprirmi ed infatti lei è l’unica persona che conosceva quello che sto per raccontarVi.

 

La musica è sempre stata la mia passione, fin da ragazzo quando frequentavo il Conservatorio, e anche se l’intenzione almeno all’inizio era imparare a suonare la chitarra moderna, mi appassionai talmente tanto alla chitarra classica che stavo anche tre, quattro ore al giorno sullo strumento (!). Ma nel 2005 nessuno sapeva che in realtà la musica era il mio rifugio di ogni sera, per dimenticare almeno per un’ora o poco più quello che vivevo giorno per giorno. Ebbi anche una discussione con Giorgio sul sito della Compagnia (penso che tutti sappiate chi sia Giorgio): volevo che mi venisse concessa la possibilità di continuare a fare il menestrello, così come l’avevo fatto fino ad allora, cioè continuare a inserire i link della musica sulla quale scrivevo i miei testi. Ricordo il suo sarcasmo: lui non voleva credere che mi fossi iscritto alla Compagnia “solo” per questo…ma non lo biasimo, perché Giorgio non poteva sapere cosa c’era dietro fin dal 2001. Già, il 2001…:qui comincia la storia.

 

Era il 29 maggio 2001.

Ormai già quasi pronti per uscire, ci apprestavamo a finire di vestirci quando lei mi fece notare una cosa stranissima: non riusciva a chiudersi i pantaloni. Aveva un rigonfiamento alla parte bassa del ventre che glielo impediva. Io la guardai stralunato: lei è sempre stata magra, non riuscivo a capire. Mi disse di non preoccuparmi: aveva l’appuntamento col ginecologo in ospedale, quindi se c’era qualcosa che non andava ci avrebbe pensato lui a darle la cura adatta. Perplesso, finii di vestirmi, la salutai, “fammi sapere…” le dissi, e mi recai in ufficio. Quel giorno era importante per me: avevo già la responsabilità di un intero settore che comprendeva undici collaboratori, ma ci sarebbe stata una riunione per affidarmi altri incarichi aggiuntivi. Non potevo sapere che quel giorno sarebbe stato importante per….ben altro.

L’arrivo in ufficio corrispondeva da sempre a un unico rituale: saluto dei collaboratori, accensione del pc (con regolare quotidiana incazzatura per l’attesa infinita prima che finisse di collegarsi davvero), un caffè insieme a tutti, inizio della giornata lavorativa. E fu durante il caffè che la segretaria (non ridete: la “segretaria” esisteva ancora) si precipitò a cercarmi: “c’è una telefonata per te, molto urgente”.

Mi si gelò il sangue: “vieni subito, mi devono operare…” mi disse con un filo di voce.

Era una giornata calda: lei era uscita solo con quei pantaloni chiusi a malapena e una camicia lasciata fuori, proprio per mascherare quella cerniera aperta. Con sé, solo la sua borsa, nient’altro. Nessuno poteva aspettarsi quel che sarebbe successo di lì a poco.

 

9.30 del mattino: mi sembrava impossibile che ci fosse ancora tutto quel traffico! Non riuscivo a svicolare, mentre cercavo di rintracciare mio figlio per avvertirlo. Quando finalmente giunsi in ospedale, lei era già in sala operatoria.

Tre ore di attesa, in quel corridoio angusto con gli occhi fissi su quella porta, poi finalmente esce il chirurgo (che non era altri che il suo ginecologo): non l’avevo mai visto, né lui mi conosceva eppure capì che ero il marito e mi fece cenno di seguirlo in ascensore.

“Non abbiamo potuto togliere tutto, sarebbe stato troppo invasivo: purtroppo si tratta di tumore”.

Svenni. Solo la prontezza a sorreggermi della dottoressa che lo accompagnava, impedì che sbattessi la testa contro la parete dell’ascensore.

Quando mi ripresi ero disteso su un lettino, allo stesso piano dove poco dopo avrebbero portato lei, per il ricovero successivo all’intervento.

 

Passarono 11 giorni che non sono nemmeno capace di descrivere: undici giorni a scrutare il suo viso e a fare tutto il possibile, anche l’impossibile, per non farle capire nulla. Ci sono cose che soltanto certi medici, avvezzi a trattare coi pazienti e abituati a dire le cose con la loro voce rassicurante, possono dire. E avvenne proprio così. Due camici bianchi le si avvicinarono sorridenti, come se avessero dovuto darle una splendida notizia…poi si fecero seri e glielo dissero. “Non è stato possibile asportare tutto, dobbiamo prima riuscire a ridurlo, dovrà fare una terapia….” Capì immediatamente e mi guardò con quell’aria interrogativa, quella muta domanda che non dimenticherò mai più “tu lo sapevi?”: , ma era una domanda di cui conosceva già la risposta.

Love